In punta di penna (blu). Una giornata a Parigi

Osservare gli altri è sempre interessante[1], iniziava così Fleur Jaeggy in uno dei suoi racconti più noti.
Da piccolo mi piaceva ricalcare con le dita le cose. Più o meno ricordava così Oscar Niemeyer.[2]

L’esercizio di vedere, con i sensi, con la mano, con il lobo destro (e sinistro) del cervello, è instancabile pratica quotidiana. 
Terapeutica, meditativa. 
Ma c’è anche un’altra dimensione che non sfugge, che è la capacità, attraverso l’instancabile tresca tra occhio-mano-cervello (ma chi è che pensa? La mano, il cervello o l’occhio?) di ricalcare la memoria delle cose.
Dove per cose si intendono la vita (delle persone), la cultura, le azioni grandi e piccole. 
I miei fogli sono delle piccole madeleines: soffici conchiglie di pasta burrosa, che per caso, quando meno te lo aspetti, rievocano sensazioni al sapore di mandorla.
E poi lo spazio.
Per inevitabile forza delle cose, ogni disegno dichiara un rapporto con esso. 
Curioso notare che nel soggetto – attivo nell’atto del disegno – il rapporto con lo spazio e con il tempo muta rispetto allo spazio e al tempo collettivo.
Tutto rallenta la mano fissa (o è il cervello? o è lo sguardo?) sul supporto queste sensazioni alterate. 
È una sorta di esercizio incessante, faticoso e infaticabile al tempo stesso, di straniamento e di categorico distacco con il reale dal normale volgere delle cose.

E infine, la scelta del medium
Una penna sottile – e blu – da pochi soldi. O in alternativa quello che mi passa tra le mani. 
Ad ogni modo, un medium severo, che non lascia spazio a errori o esitazioni.
Una pozza di inchiostro racconta un’esitazione solo di qualche instante eccessivo (inchiostro di china), una linea quasi invisibile di una Pilot 0.25 manifesta un eccessivo entusiasmo nel fissare l’intuizione su carta. 

Il disegno, per me, è la ricerca, ambiziosa, costante, impietosa e difficile, del sottile equilibrio tra frenesia ed esitazione nel cogliere l’essenza delle cose “cosi come sono”, o meglio, così come le percepisco io, attraverso il mio corpo e i miei sensi, perché almeno in questo, le cose così come le vedo, sono solo mie.


Parigi, Les Halles, 26 giugno 2019

Aspetto la mia salade au poulet, in compagnia, seduta in una tipica brasserie francese, nel cuore pulsante della città. Nell’attesa osservo. E penso. Anche ad Alvaro Siza forse. Penso che vorrei fare una cosa come lui e prendo la mia penna blu 0.25 formato tascabile. 
Chissà come vedrebbe lui queste cose, interrotte dal tintinnio dei piatti e dal chiacchiericcio musicale di cui comprendo poco. 

Ci provo. Per me tutto balla, danza. Cerco di far ballare le linee, le gronde dei classici tetti in ardesia parigini. Tutto balla, anche la bellissima cameriera francese – che il mio commensale non ha esitato a farmi notare – cristallina testimonianza del colonialismo francese, che con il suo naturale brio di donna africana (nonostante tutto), mi porta insieme al tintinnio delle posate e delle ciotole di ceramica, sorridente, la mia salade au poulet

Nell’attesa, il disegno era già finito. Per la natura dello stesso, ho impiegato poco tempo. 
Bon appétit!


Successivamente, ci dirigiamo al Pompidou, a pochi passi da lì. 
Il professore di disegno, disegnando, ci spiega la pazza impresa di quei ragazzacci di Piano, Franchini e Rogers, prova a raccontarci tutto di quello strano “ufo high-tech” atterrato nel bel mezzo della Parigi dei bistrot e dei tetti di ardesia. 
Mentre ascolto, disegno. Provo a restituire – molto in difficoltà lo ammetto – l’oggettiva complessità e il delirio di tutti quegli incastri di puntoni, tiranti, bulloni e quel serpente di vetro che sale e che caratterizza il prospetto principale.

C’è tanta gente seduta come noi al fresco, che come noi evita di sedersi sulle cacche di piccione.
In quei giorni, c’è la “canicule”, questo titolo risuona a caratteri cubitali su tutti i giornali delle edicole di Parigi che passeggiando, incontriamo. 
Vado a prendere un po’ d’acqua, va! C’è un supermercato qui dietro, voi continuate pure a disegnare.


Nel tardo pomeriggio ci spostiamo verso Notre Dame e all’Île de la Cité.
Dopo una lunga passeggiata esplorativa, ci sediamo lungo una sponda della Senna. 
Continuiamo a disegnare, ponti stavolta. Ok, dopo il Pompidou posso fare tutto.[6]
Tanti i ragazzi che bivaccano, comprendo come al solito poco di quello che dicono. 
Uno si avvicina e mi chiede “le feu”. “Fø”? Ah! lighter, accendino! Si certamente. 
Mi piace prendermi del tempo, fumando, per osservare prima di iniziare a disegnare, figurati se non ce l’ho! 
Voici le feu!


Nel mentre, si fa quasi sera, i bateau mouches si muovono adagio sulla Senna, iniziano ad accendersi le prime luci, e noi salutiamo come scemi i traghettati, e loro ricambiano! E ridiamo! E ad ogni bateau che passa, stessa sceneggiata. 
Una piccola famigliola di paperelle nuota in fila indisturbata. 
Mentre il professore spiega, la sua matita cinese, di comune fattura per i cinesi, regalo di uno studente di qualche tempo fa, rotola dalle pagine del taccuino e cade irrimediabilmente nella Senna. Seguono varie tipologie, più o meno fantasiose di imprecazioni in italo-francese, ma nessuno può far nulla. 
La matita galleggia, non vuole affondare. A parte tuffarci, e non ci sembra una buona idea, non si può far nulla. 

Inizia a tramontare. Dai, andiamo via che è tardi. 
Mentre iniziamo la nostra risalita verso la metro St Michel – Notre Dame, un uomo, scalzo, in mutande, corre con un anatroccolo in mano scendendo verso la sponda della Senna da cui ci eravamo appena alzati. 
Incredibile. Anche dal ponte Saint-Michel, turisti, passanti, curiosi lo guardano attoniti. 
Ma cosa sta facendo? 
Sta cercando di riportare un piccolo anatroccolo! Ma dove diamine l’ha trovato? È emerso improvvisamente dallo scarico della doccia mentre si faceva la doccia? Questo, rimarrà per noi, per sempre un mistero.
Decisamente più coraggioso di noi, si cala impavido sulla sponda ripida della Senna e cerca di riportare l’anatroccolo a un esemplare femmina di papera. 
La papera fatica un po’ a riconoscerlo, non lo vorrebbe, ha già una lunga infilata di anatroccoli al suo seguito. 
La papera esita. Cala il silenzio tra gli astanti. 
Ma alla fine, la paperella, tentennando bonariamente la testolina beccuta, finalmente lo accetta. Tutto il pubblico e noi, tiriamo un sospiro di sollievo. 
L’anatroccolo è salvo. L’uomo in mutande è il nuovo eroe di questa giornata volta quasi al termine nella eccezionale canicule parigina. 
Ci sono cose che non si possono disegnare. 


[1] Fleur Jaeggy, Sono il Fratello di XX, Milano, Adelphi, 2014, p.95

[2] “Disegnavo senza matita e senza foglio. Disegnavo in aria, con una mano alzata.”
Oscar Niemeyer, Il mondo è ingiusto (a cura di Umberto Riva), Segrate,